You do not currently have permission to view the full text for this document. Please sign in to an account with an active subscription or contact support.
La ricognizione storico-critica del concetto di «scena primaria» (d'ora in poi SP), nella letteratura psicoanalitica, prende spesso le mosse da considerazioni semantico-etimologiche (AA. VV., 1992; Guillaumin 1996), sintetizzabili in tre punti: a) «scena», come spazio, luogo ove si svolge una rappresentazione. Nel teatro greco antico il termine si riferiva allo spazio invisibile allo spettatore, chiuso da una tenda, ove gli attori si cambiavano, riposavano, attendevano il proprio turno, laddove il «proscenio» era il luogo della rappresentazione visibile. In questo senso, la SP allude ad uno spazio fantastico che nello sviluppo psicosessuale si apre, per e nella psiche, alla rappresentazione della sessualità nei suoi rapporti con il corpo, l'esterno e la psiche stessa; b) «scena», seguendo ancora il filo dell'origine teatrale, come contenuto definito di una rappresentazione teatrale, di cui costituisce una suddivisione, una sotto-organizzazione di azione e significato. La SP qui rappresenta uno specifico momento di costituzione della psicosessualità, con la quale si avvia un complesso processo di teorizzazione (nel senso delle teorie sessuali infantili) relativo al ruolo della sessualità parentale e al posto che il bambino vi occupa; c) «scenario», come condizione di possibilità di una rappresentazione, ovvero come «schema», inteso talora come «categoria», talaltra come «forma organizzatrice», in ogni caso come ciò che costituisce il necessario contesto di partenza per ogni evento o rappresentazione psichici. La SP diviene qui una «scena originaria», e in seguito un «fantasma originario», condizione dell'esperienza infantile e non più esperienza peculiare della condizione infantile.
Potremmo riassumere il tutto constatando che la SP è scena tanto di quanto per qualcosa, e ciò vale per la teoria come per la clinica: distinzione che non va persa di vista.