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Di grande interesse per il dibattito teorico-clinico, ma anche epistemologico in cui è entrata la psicoanalisi in questi ultimi anni, l'idea di alcuni colleghi della SPI di raccogliere in un volume gli articoli selezionati e tradotti dall'International Journal of Psychoanalysis dell'anno 2002. La varietà degli interventi rende il lavoro del recensore particolarmente arduo. Devo pertanto limitarmi, anche per lo spazio a disposizione, a presentare e discutere solo alcuni di questi lavori che mi sembrano più adatti ad un discorso organico sulla teoria e clinica psicoanalitica, senza trascurare un breve accenno ad alcune questioni epistemologiche che si impongono alla lettura del testo.
Inizierei con il lavoro di Judy Kantrowitz che affronta il problema dell'osservazione esterna rispetto alla coppia paziente-analista sottolineando l'importanza della presenza di qualcuno esterno alla coppia stessa per conoscere punti di vista che l'analista non aveva preso in considerazione o aree della personalità del paziente che l'analista non aveva visto. Rendere l'analista consapevole di ciò che l'Autore, mutuando dalla fisiologia, chiama «macchie cieche» è l'operazione che permette ad un terzo di indurre l'analista ad una riflessione e ad un autoesame più approfondito, aumentare la sua consapevolezza e contribuire alla sua crescita psicologica. Questo favorisce la rottura di un eventuale stallo e rimette in gioco il processo analitico. l'Autore suggerisce così una «supervisione reciproca» tra colleghi di esperienza, fino ad una specie di «analisi reciproca» focalizzata sulle rispettiva «macchie nere».
Di notevole interesse teorico-clinico è lo scritto di Barbara Milrod relativo al trattamento (davvero complesso) di un bambino di nove anni affetto da conversione somatica.
Questa sindrome consisteva in un comportamento inquietante caratterizzato dalla emissione di urla e lamenti estremi per il dolore che il giovane paziente diceva di avere alle orecchie, impossibilità a camminare e inca