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«Detesto le separazioni», dichiara Michel Gribinski all'inizio della sua Premessa alle Separazioni imperfette, e questo esordio in prima persona, l'evocazione delle «separazioni semplici» che si incontrano ogni giorno e di «quelle gravi» che si incontrano nella vita, fa sì che il lettore pensi: «anch'io». O meglio, derubando l'Autore del pronome personale, il lettore pensa «io» e diventa il soggetto di «non mi ci abituo» (alle separazioni che «assomigliano a delle sparizioni»), e di «Non le vedo mai venire» (queste separazioni che «quando non mi agghiacciano, […] mi perseguitano»). Poi si immedesima nel sollievo e nello stupore di: «Così mi rallegro al pensiero che non sono mai perfette, e mi stupisco di avere impiegato tanto tempo ad accorgermi che, per la psicoanalisi, la separazione è l'oggetto, e che questo oggetto non è per sua natura mai compiuto», poiché in effetti il transfert «non ama le separazioni e la sua funzione è di negarle» (13).
Questo modo «personale», in qualche punto autobiografico, di presentare se stesso percorre tutto il libro, è necessario alla sua struttura e ai suoi intenti.