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Tra i vari articoli di questa annata di Contemporay Psychoanalysis il lavoro di Donnel B. Stern («The eye sees itself. Dissociation, enactment and the achievement of conflict») offre alcuni spunti di vivo interesse, per cui ho preferito centrare la mia attenzione esclusivamente su tale articolo. L'area tematica è inerente l'impostazione intersoggettiva della relazione analitica con una particolare attenzione all'enactment come espressione di processi dissociativi nell'interazione terapeutica. La premessa è nel sostenere come una visione più aggiornata dell'esperienza analitica comporti alla base dell'azione terapeutica non soltanto l'acquisizione di insight, ma anche un ampliamento della capacità relazionale. In tal senso anche la concezione del controtransfert apparirebbe certamente più complessa venendo a comprendere non soltanto pensieri, fantasie e desideri dell'analista, ma tutti i suoi ruoli inconsci giocati all'interno delle interazioni della seduta, l'enactment appunto. Citando la posizione di Ghent si tratta di uno shift da una visione informational della terapia, ad una visione transformational dei cambiamenti relazionali che si attuano preliminarmente alla capacità di insight. Appare evidente la vicinanza con le teorizzazioni del Boston Change Group sui now moments. In una breve nota relativa all'appartenenza di tali posizioni ad una epistemologia delle teorie delle complessità, dei sistemi dinamici non lineari e delle teorie del caos, sono riportati, per quanti interessati ad un approfondimento, alcuni rilevanti lavori psicoanalitici dell'ultimo decennio indicativi di tale attenzione.
Se dunque non abbiamo, come analisti, altro mezzo per sciogliere i vincoli patologici delle relazione terapeutica che la comprensione del nostro controtransfert, come possiamo — è la domanda da cui parte l'Autore — acquisirne conoscenza data la natura strettamente interconnessa e circolare della complementarietà relazionale tra i due soggetti analitici? Da cui una serie di