You do not currently have permission to view the full text for this document. Please sign in to an account with an active subscription or contact support.
La psicoanalisi contemporanea sta attraversando un periodo di grande fermento teorico e istituzionale. Scuole e orientamenti diversi sono attivamente impegnati in un confronto che, se da una parte ha messo in discussione certezze consolidate, dall'altra ha fecondato il pensiero psicoanalitico con nuove idee e nuove indicazioni tecniche. Di fronte a questo fenomeno alcuni parlano di crisi della psicoanalisi e di dissoluzione dell'opera freudiana, altri di una proliferazione di teorie e modelli utile a promuovere una ormai necessaria integrazione.
Il concetto di alleanza terapeutica, come altri concetti della psicoanalisi e della psicoterapia psicoanalitica, si presta molto bene ad una riflessione che illustri i movimenti di pensiero cui ho accennato, mostrando come l'acceso dibattito a cui ha dato luogo, soprattutto negli anni cinquanta e sessanta, fosse dovuto a quella che potremmo chiamare l'intransigenza militante delle diverse Scuole. Il che non impedì che fosse di grande utilità e per illustrare con rigore i diversi punti di vista e per segnalare, attraverso l'estremizzazione delle argomentazioni, i rischi impliciti nelle posizioni teoriche avversarie.
Dobbiamo l'espressione «alleanza terapeutica» a una psicoanalista di Boston, Elizabeth Zetzel, la quale, in alcuni lavori della seconda metà degli anni cinquanta (1956-1958) formalizzò esplicitamente questo concetto, per altro già presente in Freud fin da gli Studi sull'isteria (Breuer e Freud, 1892-95, 419). Egli aveva sostenuto nel Compendio di psicoanalisi (1938, 600) che era possibile praticare l'analisi solo se paziente e analista avessero collaborato attivamente, condividendo obiettivi e metodo del trattamento, a costituire una sorta di «partito