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Il senso di questo scritto si lega alla riflessione su alcune esperienze cliniche. Le difficoltà estemporanee che sorgono in terapia nei passaggi narcisistici coi pazienti nevrotici, e quelle più strutturate con pazienti difficili, m'hanno spinto a concentrare la domanda sul senso stesso delle espressioni narcisistiche, su una virtuale posizione narcisistica; da lì guardare con occhio interrogativo ipotesi operative, soluzioni parziali e fallimenti: sentieri interrotti che di volta in volta ho intrapreso.
La tipologia di pazienti più liquida (Bauman, 2003) per la psicoanalisi è quella narcisistica: sfuggente, guizzante, policroma; probabilmente proteiforme. Forse, la variabilità riflette il problema radicale di ogni forma patologica narcisistica: l'intreccio tra bisogni autentici frustrati e l'inerente reattività negativa: grandiosità, scarsa capacità riflessiva e considerazione dell'altro, rancorosità. La situazione narcisistica sembra una ibridazione intima di questi aspetti opposti, intimamente compenetrati. Sempre insieme, incastrati, avvinghiati: tanto da apparirci inestricabili.
Il problema si presenta variegato.
In un racconto noire, due gemelli si suddividono il fenotipo in modo ben strano: uno è alto e prestante, tutto muscoli; l'altro goffo, informe, rattrappito, tutto cervello. Quando «cervello» viene sparato, anche «muscolo» muore.
Le figure in metafora alludono a un'origine, una sostanza ed un possibile luogo comuni. La ferita narcisistica, la debolezza narcisistica, sembrano accadere in una situazione traumatica insieme alla ribellione, all'oppositività, alle compensazioni e alle rinunce: risposte istintive dell'animale ferito che prova a difendersi, attaccando, divincolandosi, facendo il morto, mimetizzandosi, dandosi alla fuga.