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Vanessa Beecroft(1) — nata a Genova nel 1969 e newyorchese di adozione — ha conquistato il mondo dell'arte contemporanea con una serie di performance di grande originalità: la materia prima delle sue opere è costituita in prevalenza da corpi di giovani donne, abbigliati e disposti secondo una scenografia complessa — di grande impatto visivo e rigore formale — progettata di volta in volta sia a partire da suggestioni derivanti dai luoghi e dagli spazi prescelti, sia da rimandi alla pittura, al cinema, alla fotografia e alla moda, sia da sollecitazioni autobiografiche.
Le performance realizzate nell'arco di dieci anni da questa giovane artista concettuale sono oltre una cinquantina, titolate con le iniziali V.B. e numerate progressivamente. L'esordio è a Milano nel 1993, con un lavoro che prende a soggetto la propria esperienza di anoressica. Il suo particolare linguaggio artistico trova una rapida codificazione, e le opera prodotte dal 1996 in poi procurano a Vanessa Beecroft notorietà internazionale, accompagnandosi allo «scandalo» — sapientemente orchestrato — per modelle sempre più provocatoriamente svestite e glamorous. Cercherò di spiegare come, a mio avviso, anche questi lavori successivi al primo continuino a parlarci di anoressia, del corpo femminile e delle battaglie di potere, dominio e controllo che vi si combattono, in cui la posta in gioco è la conquista di un'affermazione identitaria, a cui il «progetto» anoressico