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Nel Giugno del 1998 era uscito il libro di Dina Vallino Raccontami una storia, col sottotitolo: «Dalla consultazione all'analisi dei bambini» e la prefazione di Antonino Ferro, nel momento in cui, dopo una lunga attesa, dopo tempi pieni di progetti e discussioni, iniziava finalmente nella nostra società il training
di perfezionamento nell'analisi dei bambini e degli adolescenti.
Sono passati sei anni e vediamo uscire un altro libro di Dina Vallino — questa volta insieme al filosofo Marco Macciò — dal titolo Essere neonati con la suggestiva immagine in copertina di una giovane donna distesa con il suo piccolo bebè adagiato sul corpo(1) che da subito sembra annunciare che nel libro si parlerà della relazione madre-bambino.
Franco Borgogno — psicoanalista esperto dei bambini e degli adolescenti — introduce il libro valorizzandone il contenuto e rintracciando le origini storiche del metodo di lavoro e delle linee di pensiero che essi sviluppano. Ne risulta una specie di albero genealogico della famiglia di origine per molti non ben conosciuto. Vengono così rivisitati i nomi di Balint, di Ferenczi ed il luogo dove fiorì un vero e proprio laboratorio di idee, Manchester.
Ma è lo stile della scrittura di Dina e Marco, il loro linguaggio che Borgogno definisce «poetico e metaforico» come meglio non potrebbe essere descritto, che annunzia la preziosità e l'originalità del libro e che essi precisano essere un linguaggio non appartenente alla «psicologia scientista», ma quello «quotidiano e vivente» in conformità al criterio di base del metodo osservativo.
Dina Vallino nella sua introduzione spiega ai lettori che il libro nasce da una sua più che ventennale esperienza di conduttrice di gruppi di Infant Observation, da un archivio di protocolli osservativi ricchissimo che ha raccolto e studiato insieme a Marco Macciò, anche lui con esperienza di osservazione del neonato. Questo è il prezioso archivio da cui deriva la loro ricerca sul senso di esistere del neonato e sulla sua norm