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Il primo numero apre con tre contributi intorno al tema del padre inteso: a) come dimensione della mente a cui il bambino accede se vengono assicurate, in particolare dalla madre, specifiche condizioni; b) come funzione evolutiva da ridefinire nei tempi e nei significati, anche attraverso le nuove prospettive dell'Infant Research; c) come elemento della configurazione edipica, la cui storia - conflitti, negoziazioni, deficit - si dà a vedere nel presente del lavoro terapeutico con i genitori e i loro bambini.
L'apparente semplicità del modello «il bambino-possiede-una-bocca-che-si-apre-per-prendere-il-nutrimento» viene messa in discussione da situazioni cliniche dello spettro autistico, atte a mostrare la complessità degli elementi in campo perché quel modello possa essere raggiunto e mantenuto. A parte i fattori emotivi e neurologici del bambino, per Maria Rhode (Different responses to trauma in two children with autistic spectrum disorder: the mouth as crossroads for the sense of self) sembra decisiva la costellazione del mondo interno della madre: la relazione col padre del bambino e con i propri genitori e fratelli insieme alla capacità di situarsi nella struttura temporale delle generazioni. Quando eventi traumatici reali si legano col trauma di una illusione (F. Tustin) per cui la perdita, in quanto oggetto separato, della madre che nutre coincide con la perdita di una parte della propria bocca, viene raggiunto il punto di crisi. Prende così forma un livello autistico del complesso edipico, non come triangolazione, ma come una linea lungo la quale due oggetti femminili (bocca e seno) sono in competizione per un oggetto maschile (il duro pezzettino in più), un potente padre-capezzolo, che diventa minaccioso in quanto rende la madre irraggiungibile e veicola intrusivamente la catastrofe e la disintegrazione (l'esser tagliati a metà) dentro il bambino.
La dimensione di perpendicolarità del capezzolo riflette nella geometria della bocca la geometria dello stato ment