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Questo numero della Rivista si apre e si chiude in modo inconsueto, con due lettere: quella che Fernando Riolo, Presidente della Società Psicoanalitica Italiana, ha recentemente indirizzato al Presidente della Repubblica in merito al trattamento di quanti cercano di immigrare nel nostro Paese e quella che Alberto Spadoni, un analista che molti di noi annoverano tra i maestri, ha recapitato alla stampa a proposito della situazione attuale dei servizi psichiatrici e della loro recente storia. Inserire i contributi scientifici in tale cornice è inconsueto ma non certo anomalo: la pratica e la ricerca psicoanalitica si fondano, s'intrecciano, promuovono e sono possibili sulla base di un'opzione etica nei confronti dell'essere umano. La nostra, ammesso che ve ne possano essere, non è una scienza neutrale: è questo che fa della psicoanalisi non solo il nostro strumento di lavoro e l'oggetto delle nostre ricerche, ma quel «luogo psichico» impareggiabile in cui l'essere umano può conoscersi, riconoscersi ed affrontare la sua sofferenza.
Ciascuno di noi tutto questo lo sa e lo pratica nel quotidiano, ma perché possa per chiunque essere palese è bene che non manchino le occasioni in cui lo si possa, con decisione, riaffermare pubblicamente ed in modo esplicito. Una chiarezza ed una determinazione che, come è detto nella lettera al Presidente della Repubblica, ci derivano dall'aver «lungamente studiato gli effetti distruttivi del trauma sull'animo umano e la gravità delle reazioni di disperazione e di odio provate da chi, in condizioni di bisogno, sente venir meno l'aiuto degli altri»; da parte di chi si trova cioè nella condizione di Hilflosigkeit che è caratteristica del bambino, ma anche di ogni essere umano almeno in particolari circostanze.
È questo retroterra, il sentircene parte e partecipi, che ci obbliga a proseguire la ricerca sul disagio della civiltà, o sui disagi della civiltà e delle civiltà, ricerca aperta da Freud e mai lasciata da parte nel movimento psicoanalit