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Una collega ginevrina da molti di noi conosciuta e apprezzata, Danielle Quinodoz, ha riassunto con un paio di sintetiche frasi lo sviluppo delle sue idee a proposito della metodologia adottata dai Working Parties della FEP (d'ora innanzi, gruppi di lavoro). «All'inizio di quest'esperienza», ha detto, «ero convinta che il metodo impiegato non avrebbe funzionato. Dopo aver fatto parte di uno dei gruppi che lo hanno utilizzato ho però cambiato opinione e credo, ora, che questa griglia renda possibile un lavoro interessante, tutt'altro che “artificiale”». Queste frasi sono state pronunciate alla III New Style EPF Conference di Helsinki, precisamente nella sessione in cui i partecipanti ai nove gruppi di discussione clinico-teorica del cosiddetto Track 1 si sono incontrati allo scopo di confrontare le opinioni maturate nel corso di due giornate di lavoro in cui erano state affrontate circa 15 ore di discussione.
Scopo di questo scritto è esplicitare e cercare di sviluppare le riflessioni in forza delle quali posso affermare di condividere l'orientamento espresso da Danielle Quinodoz. Anche a me pare, infatti, che i metodi utilizzati a partire dalla I Conferenza New Style della FEP di Praga, rappresentino un'innovazione teorico-metodologica importante. Essi hanno reso possibile un'esperienza di lavoro collettivo vitale, che sta producendo un progressivo affinamento tanto degli strumenti di cui si avvale quanto dei risultati che permette di ottenere.
Per cercare di illustrare sinteticamente le caratteristiche teoriche e metodologiche di queste esperienze, ho pensato di condensare i miei argomenti in alcune parole-chiave di cui mi sono poi servito scrivendo il titolo del mio contributo.