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Ottanta anni sono trascorsi dalla pubblicazione di La negazione, un testo freudiano di inconsueta brevità e grande spessore teorico, poco citato e che gode di fama limitata presso gli analisti. Tra le eccezioni in area italiana ricordo i lavori—entrambi, e per ragioni diverse, molto belli—di E. Fachinelli (1965) e di R.P. Merendino (1990). Merendino giudica La negazione la summa del sapere psicoanalitico di Freud.
Ad un processo di parziale amnesia, non è stato estraneo un fenomeno di contaminazione o confusione terminologica, per il quale, negli anni successivi al 1925, il termine «negazione» è venuto a indicare un meccanismo di difesa contro l'irruzione di sensazioni di dispiacere, in larga misura coincidente con quell'atteggiamento di rifiuto di una evidenza percettiva (o dell'attesa di una evidenza percettiva) che Freud aveva descritto nei confronti della castrazione e in seguito nei confronti di aree più o meno estese della realtà e per il quale aveva usato in maniera non sistematica e intercambiabile diversi termini comportanti il significato di rifiuto, rigetto, allontanamento, perdendo quindi progressivamente il significato che Verneinung (negazione) aveva nel testo del 1925, ove compariva come fenomeno connesso alla verbalizzazione e alla interazione linguistica. Per inciso: anche l'articolo di Lacan (1954) in: «Risposta al commento parlato di Jean Hyppolite su La Negazione di Freud» verte in realtà sul rinnegamento (Verleugnung) e introduce il concetto che più tardi prenderà il nome di forclusione.
Lo scarso interesse degli psicoanalisti contrasta con l'attenzione riservata al testo dai filosofi, che ne hanno fatto ripetuto oggetto di riflessione, essendo la negazione—il giudizio per negazione—un concetto che appartiene all'ambito filosofico e che trova nella filosofia un doppio statuto e una doppia concezione: