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Un amico, da molto tempo impegnato in lunghi viaggi in Oriente, interessato a strane culture e impegnato nel dibattito sulle religioni e sul loro ritorno alla ribalta dopo un periodo di apparente eclissi, mi sprona a discutere con lui sulla laicità: è un concetto che può avere un versante di interesse psicoanalitico? Che cosa implica dal punto di vista psicologico? Avrei volentieri cercato (come avevo fatto altre volte) di rispondere in forma amichevole e discorsiva a queste domande, se non fosse stato per l'accentuarsi della polemica attorno a parole come «laicità» e «laicismo» anche nel nostro paese. E per il mio disagio di fronte alle risposte che—su giornali quotidiani ma anche su riviste più impegnative—studiosi e intellettuali man mano fornivano.
Mi son sentito perciò spronato a interrogarmi e a ripensare alla laicità e, se mi permetto di esporre queste riflessioni—che so essere del tutto aperte e incomplete— è anche per chiarirmi alcuni termini e per ristabilirli nel loro significato, oltre che per rispondere all'amico.
Innanzitutto mi viene da pensare alle coppie di opposti: non c'è laicismo senza clericalismo, così come non c'è illuminismo senza oscurantismo. Le coppie di opposti, però, vanno utilizzate proprio per lo spazio che lasciano fra i due termini, altrimenti si prestano a radicalizzazioni che non hanno corrispettivi reali se non nella volontà di esprimere un assoluto e, in definitiva, per escludere l'altro polarizzando tutto il pensiero su uno solo dei poli (e così annullando la coppia, il che non è privo di significato psicoanalitico). È proprio perciò che conviene riconoscere subito che una posizione laicista assoluta, così come una posizione clericale assoluta non può esistere dal punto di vista psicologico e che ognuno di noi alberga, nel proprio animo, per così dire percentuali diverse di entrambe le tendenze.