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Il Liber prodigiorum di Giulio Ossequente è una raccolta di resoconti di eventi prodigiosi accaduti tra il III e il I sec. prima dell'era volgare, a Roma o nei dintorni. L'edizione qui recensita si deve alle cure di Paolo Mastrandrea (per l'intriduzione e il testo latino) e Massimo Gusso (per la traduzione italiana).
Si tratta di un testo curioso, andato perduto per molti secoli e poi ritrovato, agli inizi del Cinquecento, da Giovanni Giocondo da Verona nella biblioteca dell'abbazia di Saint-Victor a Parigi. Una copia fu inviata ad Aldo Manuzio nel 1506, affinché la pubblicasse . Per gli storici della romanità e per i latinisti, questa raccolta è importante perché deriva per la massima parte dalle Storie di Tito Livio e in particolare da parti che di quell'opera sono andate perdute, per noi viceversa essa può avere un altro senso, che giustifica una sia pur breve recensione nella nostra Rivista.
I Prodigi si collocano infatti all'interno di quella letteratura e ancor prima di quell'epoca nella quale, a fronte della vittoria del Cristianesimo, una parte degli esponenti dell'aristocrazia romana da un lato cercava di mantenersi fedele alla tradizione dei padri, dall'altro evitava—per i rischi evidenti riguardanti non solo il potere ma anche la… salvezza terrena—di costituirsi come opposizione. Basterà ricordare che, dopo l'editto di Costantino e la parentesi di tolleranza di Giuliano (che i cristiani chiamarono «l'Apostata») Teodosio (379-395) e i suoi successori emanarono norme progressivamente più rigide contro la pratica della religione romana (che ancor oggi chiamiamo «pagana» sulla scia di quella lotta) fino al divieto dei culti e alla chiusura dei templi. Come ricorda Paolo Mastrandrea nella Introduzione, «al termine di un processo non disgiunto da violenze reciproche e culminato a Roma nella decisione di distruggere i venerandi Libri Sibillini, il paganesimo si disse ufficialmente estirpato allorché i suoi fautori (ancora prevalenti per numero tra le fasce sociali