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A volte si ha la ventura di incontrare, magari per caso—se c'è mai un caso negli incontri—o perché qualcuno tra gli amici o i colleghi te ne ha parlato, di incontrare un libro, un pensiero, una riflessione, e di pensare che quello che si legge è proprio quello che si pensa. E sorprende ancora di più scoprire che se chi scrive è qualcuno fino a quel momento sconosciuto, da quello stesso momento è divenuto familiare. Per fortuna, in questo caso il sentimento del perturbante presenta sorprese più interessanti che inquietanti, e dunque la fatica della lettura viene ripagata dal piacere. È certamente quanto si prova leggendo un volume recentemente dato alle stampe, per Dedalo editore, da un giovane studioso di filosofia, Maurizio Meloni, che manifesta una profonda conoscenza non solo della cultura filosofica contemporanea e delle sue tematiche di maggiore interesse per il mondo contemporaneo, ma anche del sapere psicoanalitico. E questo colpisce perché non si tratta solo di una conoscenza «erudita» del pensiero freudiano, ma di un progetto ben più ambizioso: quello di mettere in risonanza il metodo freudiano con la filosofia, e di introdurre l'ascolto analitico, per così dire, nel discorso filosofico. Questo intento è evidente sin dall'incipit del testo: «È il tentativo di portare la strategia e il setting freudiano nel terreno della filosofia, di lasciar contaminare il linguaggio filosofico dall'incontro con quel genere di ascolto che Freud ha inventato» (5).
Il metodo freudiano che Freud ha difeso fino alla fine, continua a mantenere il suo valore conoscitivo solo se conserva la sua matrice eversiva, oppositiva, contraria all'illusione di una comunicazione trasparente e compiuta, se mette radicalmente in discussione l'illusione di un soggetto che parla sapendo sempre cosa dice e a chi si rivolge.
Viceversa, è la comunicazione diffusa, tipica della nostra epoca, ad opporsi alla possibilità del linguaggio di creare senso: «Il mondo della comunicazione è quello