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L'annata 2004 della Revue Française de Psychanalyse comprende i volumi Jeu, Addiction et dèpendance, L'empathie, Le spectre de la dépression e Le processus analytique, quest'ultimo dedicato al Congresso degli psicoanalisti di lingua francese, svoltosi a Milano a maggio dello scorso anno. Per motivi di spazio, pur rinunciando con fatica all'interesse dei diversi temi trattati, in particolare a quelli dell'ultimo volume, in cui sono presenti diversi interventi anche di colleghi italiani, ci soffermeremo su tre articoli del terzo e quarto fascicolo.
Il terzo volume dell'annata, L'empathie, è dedicato ad un concetto poco usato e mai entrato a pieno titolo nel discorso psicoanalitico francese, quello dell'empatia. Molti dei lavori presenti in questo volume sono, infatti, rivolti a mostrare i limiti, se non l'estraneità di un simile concetto alla riflessione psicoanalitica, che, se può avere una notevole rilevanza sul piano clinico, crea non poche difficoltà di ordine teorico. Nell'introduzione al volume viene infatti rilevato che «anche se l'empatia, nella Psicologia del Sé, trova il suo fondamento nella diade madre-bambino, non va tuttavia confusa con un meccanismo di identificazione primaria, in quanto una dissimetria, almeno quantitativa, persiste tra analista ed analizzato» (761, trad. mia). Ci si domanda allora se l'empatia dell'analista abbia a che vedere con le capacità di regressione al «materno» ed alle sue identificazioni arcaiche. Se in Francia il concetto di empatia non ha dunque avuto molta fortuna, è altrettanto vero che alcuni suoi presupposti sono rinvenibili in alcune concezioni, come il «sistema paradossale» descritto da M. de M'Uzan, per il quale «l'apparato psichico di un analista che accetti una certa alterazione dei propri sentimenti di identità diviene quello dell'analizzante» (761, trad. mia). La conseguenza di una simile alterazione non è di ordine intellettuale, ma sembrerebbe iscritto nella «carne». Merlau-Ponty, riprendendo Husserl, affermava c