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Nei giorni 12 e 13 febbraio 2005 si sono tenute a Roma, nella bella cornice di Palazzo Altemps, le Giornate Italiane su I Disagi delle Civiltà, organizzate dalla Società Psicoanalitica Italiana, dal Centro di Psicoanalisi Romano e dal Centro Psicoanalitico di Roma.
Il convegno, di portata internazionale, è stato promosso da un gruppo di studio interdisciplinare della S.P.I. e ha visto affiancarsi studiosi di diversa provenienza e professionalità — psicoanalisti, ma anche filosofi, come Bodei, Marramao e Pirillo, e scrittori, come Yehoshua, — che hanno affrontato, a partire dalle tesi espresse da Freud nel Disagio della civiltà, il tema delle forme che il disagio assume nelle attuali società.
La riflessione critica sui «disagi» della civiltà e sul significato e la genesi delle nuove patologie si è tradotta, inevitabilmente, in un confronto più ampio tra psicoanalisi e cultura post moderna che ha percorso, in modo più o meno esplicito, tutto il convegno.
Il rapporto tra psicoanalisi e cultura post moderna appare, inevitabilmente, complesso e non univoco. Se per un verso abbiamo visto delinearsi nel convegno un atteggiamento prevalentemente critico nei confronti di alcune dimensioni del post moderno, è stato anche sottolineato che la psicoanalisi non può chiamarsi fuori da queste trasformazioni, ritenendole a sé del tutto estranee, e attestarsi sulla posizione difensiva di laudator temporis acti, ma deve accettare di esserne parte e, anche, lasciarsene «contaminare». Non è possibile negare che alcuni aspetti della cultura post moderna sono entrati a far parte anche della psicoanalisi contemporanea, o almeno di alcune sue correnti. Il confronto con la cultura post moderna in questo senso si approfondisce e si articola diventando un confronto interno alla psicoanalisi stessa, tra sue diverse dimensioni e prospettive.
Entra qui in questione il significato della «crisi della psicoanalisi», più volte richiamata nel convegno, che per alcuni è crisi degli strumenti interpretativi