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Rio de Janeiro non è un luogo geografico, non è un paesaggio: come è stato detto a Tiziano Terzani da una donna incontrata in Estremo Oriente, a proposito del Laos, «è uno stato d'animo».
Sì, Rio de Janeiro non è soltanto una città affascinante e contraddittoria dell'America Latina, Rio de Janeiro è un luogo intrigante e sconvolgente dell'anima. Quando nell'inverno del 1502 i marinai portoghesi dell'equipaggio di Gaspar de Lemos battezzarono la baia di Guanabara «fiume di gennaio» (rio de janeiro) confusero il mare con la foce di un fiume. Sì, Rio ha confuso sin dalle origini e riesce tuttora a confondere: è spaesante, perturbante, è heimlich e, al tempo stesso, unheimlich, proprio nel senso che Freud (1919) ci ha indicato e là proprio dove i due opposti significati della «parolina» e della sua negazione coincidono.
Quale luogo poteva allora essere più adatto ad ospitare una riflessione sul significato del concetto di «trauma» in psicoanalisi? Al di là dell'omaggio, forse reso proprio attraverso la scelta di Rio, al nuovo Presidente dell'IPA, il brasiliano Cláudio Laks Eizirik, un'intuizione preconscia sembra averne sotteso la scelta (Rio come luogo spaesante dell'anima), ed una congiunzione perturbante sembra averla drammaticamente accompagnata: il fatto che la nuova presidenza si sia insediata proprio in quei giorni, a breve distanza dalle bombe che avevano seminato — il 7 luglio — il terrore e l'orrore a Londra e marcato dolorosamente la conclusione della presidenza di Daniel Widlöcher che era iniziata confrontandosi con il trauma collettivo dell'11 settembre 2001. Di quell'11 settembre che aveva sconvolto gli equilibri del mondo e le certezze (talvolta ipocrite) dell'Occidente, rivelando una ferita, una frattura traumatica negata e rimossa che minava, senza che avessimo voluto sino a quel momento prenderne coscienza, l'illusione di una società globale e senza conflitti.
E le bombe del 7 luglio e la distruzione delle Twin Towers, l'11 settembre (così come l'Afghanis