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Caro Direttore, non tutti gli Ospedali Psichiatrici erano manicomi, quindi non tutti meritavano d'essere chiusi. Non pochi aspetti dei vecchi manicomi pare che si possono invece ritrovare negli attuali reparti di Diagnosi e Cura, soprattutto nelle cosiddette Residenze per lungodegenti. Per ricreare il manicomio non è necessario tornare in edifici cadenti con miseri arredi e cessi senza carta igienica: è sufficiente che in un reparto di lusso un malato di mente spaventato a morte non venga ascoltato e lo si sorvegli a distanza con la telecamera.
Un manicomio virtuale sussiste come rischio ogni qual volta si accoglie un paziente psichiatrico. Per non scivolare nel manicomio reale bisogna condurre una battaglia quotidiana, oggi come ieri, contro il degrado, contro la tentazione dell'evitamento del contagio della sofferenza psicotica, contro la burocratizzazione disumana dell'impegno terapeutico.
Chi scrive è uno psichiatra che ha lavorato per trent'anni in un Ospedale Psichiatrico e appartiene alla generazione di medici che fin dai primi anni Cinquanta si è battuta per trasformare i grandi manicomi del dopoguerra in piccoli efficienti ospedali. La nostra battaglia culminò con la promulgazione nel '64 della Legge di riforma dei Servizi psichiatrici, da noi voluta, che prese il nome dal ministro socialista Mariotti che l'aveva elaborata in accordo con medici e sindacati. Questa legge, di cui mai si parla, conteneva importanti e decisive innovazioni:
la parificazione dei pazienti psichiatrici con quelli affetti da altre patologie;
il riconoscimento del diritto all'assistenza mutualistica gratuita, assente nella vecchia Legge manicomiale basata, come si sa, sulla discriminazione;
l'abolizione del famigerato Casellario Giudiziario;
— e soprattutto la legittimazione della possibilità di ricovero volontario e di dimissione volontaria su semplice richiesta del paziente.
Disgraziatamente pochi furono gli Ospedali che l'applicarono, e per lo più ciò avvenne nelle Regioni centro-set