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Nel centocinquantesimo anniversario della nascita di Sigmund Freud credo si imponga una breve riflessione sulle edizioni dei suoi scritti e sui progetti possibili a questo proposito, a partire dall'esperienza delle edizioni disponibili e, naturalmente, dalla considerazione storica relativa al tempo passato dalla morte di Freud. Non solo il mondo è cambiato molto da allora ma, per quel che qui ci riguarda, sono anche cambiati molto i lettori di Freud per background culturale innanzitutto ma anche per riferimenti storici. Il mondo dell'Austria e dell'impero absburgico è ormai relegato nei libri, mentre per taluni di noi - più vicini per area geografica o per vicende familiari - ancora qualche decennio fa poteva avere qualcosa di, appunto, familiare, il che consentiva di riconoscere un'allusione ad un poeta o ad un clima culturale o a una serie di abitudini. Già decenni fa, tuttavia, l'aneddotica su Vienna che potevo aver ascoltato io in famiglia (le storie dello zio che si era laureato colà nel 1902 o del cugino che vi lavorava) apparteneva ormai ad un'area ristretta e il clima di “familiarità” che un certo modo di ragionare o un certo tipo di riferimenti culturali poteva indurre non era affatto scontato. Figurarsi per chi era nato in tutt'altra area geo-culturale.
Leggere Freud dunque, significava, quando iniziai a studiare la psicoanalisi, anche accostarsi ad un mondo, al suo mondo, irrimediabilmente scomparso ma la cui conoscenza era necessaria per comprendere un po' meglio (o forse per comprendere tout court) il suo pensiero. Perciò mi ha sempre colpito una certa aria di atemporalità che viceversa circonda gli scritti freudiani: un effetto della psicoanalisi stessa? Un tentativo mascherato di rimuovere un po' alla volta il messaggio di Freud? Certo, alcune distinzioni storiche interne alla psicoanalisi