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Per un recensore il maggior pregio di questa biografia si potrebbe trasformare in un grande inconveniente. La ragione sta nel fatto che, anziché interessarsi allo straordinario lavoro di Strozier, si è sollecitati a tornare all'opera di Heinz Kohut per rileggerla a distanza di decenni e per controllare come ci appare oggi. La tentazione è forte e costringe a interrompere la lettura della biografia. Per fortuna Charles Strozier è uno scrittore per niente comune che sa come riprendersi i lettori che si sono svagati.
Suscita interesse come storico della psicoanalisi e in questo compete con un acuto collega che lo scorso anno ci ha lasciati, Robert Rodmann, che ha dedicato una importante biografia a Winnicott. Ma, quanto a sapienza narrativa, Strozier in psicoanalisi ha pochi rivali. Il saggio cattura, la traduzione di Gabriele Noferi e la cura di Franco Paparo non allentano la presa. Strozier è quello che gli inglesi chiamano uno story teller, ma ovviamente non è solo questo. Un'autorevole conferma viene dal fatto che per questo saggio, cui ha lavorato per diversi anni, si è meritato il Premio Goethe 2005, quello stesso premio che settantacinque anni prima aveva segnato un grande momento per la cultura di lingua tedesca quando venne assegnato a Sigmund Freud in riconoscimento dei suoi meriti letterari e scientifici. Si ricorderà che all'epoca Freud era troppo malato per assistere alla cerimonia; fu Thomas Mann che andò personalmente a Vienna per consegnarglielo e leggergli la motivazione.
Charles B. Strozier è professore di storia alla City University di New York, ma è anche un esperto analista e certe cose della psicoanalisi e dei capiscuola le possono scrivere solo storici che conoscono dall'interno le vicende delle loro istituzioni. Mi viene però alla mente che anche Peter Gay è storico di professione e psicoanalista e quindi mi sento spinto a specificare che queste due caratteristiche da sole non bastano, occorre anche saper assumere un distacco non ambiguo dal “biog