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Questo è un libro sulla depressione, sulla sua storia, sulla storia delle sue cure e sugli approcci terapeutici in rapporto alle diverse culture. In questa misura è uno studio etnopsichiatrico sulla melanconia e sulla malattia depressiva. Il presupposto teorico è radicato nel pensiero di Tobie Nathan che l'Autore prende a paradigma: ogni popolo ed ogni cultura possiedono un sapere specifico sulla follia e sulle pratiche per curarla. Pertanto la psichiatria della depressione può a buon diritto, definirsi «meta-culturale», in quanto permette di affrontare la malattia senza essere prigionieri di specifiche conoscenze assunte come verità universali.
Piero Coppo inizia il suo lavoro con una riflessione di carattere storico che parte da Ippocrate e si snoda lungo un percorso che coinvolge Democrito, la mitologia greca, il pensiero babilonese, fino ad epoche più recenti che con Pinel nel '700 (e già nel '600 con il Cervantes del Licenciado Vidriera) apre la psichiatria al pensiero attuale. In particolare l'Autore coglie un aspetto molto attuale anche sul piano analitico quando cita Burton (, 333), antesignano della psicoanalisi kleiniana, che scrive: «I genitori e quelli che curano e sorvegliano i bambini, li feriscono spesso perché sono troppo severi, minacciandoli, rimproverandoli, frustandoli o picchiandoli; per cui questi poveri bambini sono così scoraggiati [disheatened] e intimiditi, che non troveranno mai il benché minimo coraggio o momento felice nella loro vita, né prenderanno piacere in alcunché» (42).
Con Chateaubriand, poi, l'Autore si richiama all'opera di Freud del 1915 Caducità e si domanda con altri autori più recenti «perché non si dovrebbe essere melanconici, “quando ogni piacere, non appena raggiunto, muta aspetto e diviene nausea […] quando ogni bellezza è una bellezza che svanisce, ogni fortuna è una fortuna che muta?”» (44).