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L'articolo di James Stoeri (Surprise, shock and dread, and the nature of therapeutic action, 183-202) ruota intorno ad una coppia di punti teorico-clinici
intensamente frequentati nella rivista del W.A. White Institute, il concetto di dissociazione e di enactment. Già nella recensione a Contemporary Psychoanalysis dell'anno precedente avevamo segnalato l'interessante lavoro di Donnel B. Stern, The eye sees itself. Dissociation, enactment and the achievement of conflict (Contemporary Psychoanalysis, , 40, 2, 197-237), che si poneva sulla scia dei lavori di P. Bromberg sulla stessa rivista (Resistence, object usage, and human relatedness, , 31, 163-192; Playing with boundaries, , 35, 54-66).
Partendo da una suggestiva citazione di una performance teatrale di Julian Beck, pochi mesi prima della sua morte, Stoeri crea delle analogie tra le rischiose esperienze dissociative dell'attore e le rischiose esperienze di transfert dissociato nelle esperienze analitiche. La constatazione fenomenologica di partenza è che l'esperienza di shock, sorpresa, paura e annichilimento (dread) caratterizzanti le esperienze dissociative possano essere tanto responsabili di una coartazione patologica dell'esperienza, quanto di una facilitazione di una ristrutturazione della stessa esperienza. E quindi elementi decisivi tra i fattori costitutivi dell'azione terapeutica della psicoanalisi. In effetti l'esperienza teatrale ci mette in condizioni di vedere all'opera dei processi dissociativi funzionali nei quali possiamo sentirci dislocati al di fuori dai nostri sé abituali ed immersi in altre più intense esperienze di sé (selfhood). In altri termini l'esperienza dissociativa consisterebbe nella capacità delle nostre menti di poter sospendere la capacità autoriflessiva, la capacità di pensiero critico per raggiungere stati di immersione in sensazioni soggettive di rilassamento, abbandono, fluidità interna e disponibilità al gioco. Ma una tale esperienza dissociativa, così caratterizzante l'inti