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Il transfert, possibilità di ogni uomo normale di sostituire una persona con un'altra, si rivelò a Freud, in certi pazienti sofferenti di ciò che egli chiamò nevrosi di transfert, come un «accrescimento straordinario» di tale facoltà (Freud, 1915-17, 594). Analisti eredi di Freud, abbiamo ricevuto in lascito principale il transfert in quanto motore e filo rosso di un viaggio nel tempo ove i personaggi scomparsi della storia del paziente riprendono vita nella relazione con la persona dell'analista come fosse un altro. Inscritta in un rapporto originario con la madre (Freud, 1901), che la rimozione edipica ha fatto risultare fonte di desideri inappagati, questa personalizzazione della nevrosi porterà nel transfert la rivendicazione della loro realizzazione. Ma inammissibili ora come allora, questi revenant avanzano mascherati e tutto succede come se, per manifestarsi, essi non possano che travestirsi durante la notte nei sogni, dissimularsi durante il giorno nelle sofferenze dei sintomi e darsi l'illusione di realizzarsi nel transfert. Dunque non è strano che Freud, prima di poterlo concepire come riflesso ingannevole di una realtà psichica inconscia, abbia in un primo tempo considerato il transfert un parassita rispetto alla sua teoria traumatica delle turbe mentali. Egli dovette passare da una visione macroscopica diretta che cerca cause e ragioni, ad una osservazione con le lenti concettuali proprie di un microscopio-telescopio che ingrandisce i segni e risale il tempo fino alle tracce delle scene originarie. La metapsicologia assunse quindi funzione di ricerca di una realtà psichica che, manifestandosi solamente con forme condensate, spostate e ingannevoli, impone di scomporle in differenti punti di vista. Pertanto, gravide di un transfert inconscio, le parole in apparenza anodine del paziente presero un altro rilievo attraverso