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La psicoanalisi contemporanea consente di distanziarsi dalla concretezza delle speranze freudiane di ritrovare la realtà di un passato rimosso, e poi, più modestamente alla fine dell'opera di Freud, di ricostruire o di costruire questo passato per mezzo dell'analisi.
L'accento posto sul «campo» analitico e sui «bastioni» difensivi dopo José e i Baranger (1969), nell'incontro con i numerosi lavori sul controtransfert, (1) ha modificato, se non lo scopo, almeno la strategia del lavoro analitico, che oggi mira prima di tutto a stabilire uno spazio analitico di esperienza condivisa dall'analista e dal paziente.
Colloco il difficile ed aleatorio approccio alla questione delle «persone e oggetti nel legame analitico» nella prospettiva aperta dagli autori che hanno studiato il controtransfert e il ruolo che vi gioca l'identificazione proiettiva. Vi aggiungo anche le osservazioni cliniche di M. Klein (1929) su « La personificazione nel gioco infantile», che offrono una prospettiva particolarmente pertinente al lavoro di simbolizzazione nel lavoro analitico, e che mi sembra si applichino anche a quello di ogni psicoanalista al lavoro.
Il setting favorisce la concentrazione, nel campo analitico, delle capacità relazionali dell'analista e dell'analizzando a dispiegarsi secondo vettori transfero-controtransferali anziché installarsi nella reciproca scoperta di una relazione umana