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In questo articolo cerco di mettere in evidenza alcune caratteristiche problematiche della teoria freudiana del transfert, avanzando anche, alla fine, una piccola ipotesi sul controtransfert. Adopererò qui sempre la concettualizzazione freudiana e dunque il lessico proprio di questa impostazione teorica, anche a proposito del controtransfert.
Dichiaro subito che ritengo che la teoria freudiana del transfert sia di per sé una teoria che si colloca - per usare un luogo comune freudiano - al di là del principio di piacere, ossia che si tratti di una teoria insoddisfacente, in tutti i sensi. Da ogni teoria, in fondo, ci attendiamo un qualche appagamento di desiderio, ci attendiamo che si introduca chiarezza là dove c'era oscurità, coerenza là dov'era disordine e così via, fino anche ad accontentarci di una maggiore chiarezza nel porre il problema, nel suscitare interrogativi, nel chiarire i termini. Ma la teoria freudiana del transfert è, purtroppo, una teoria insoddisfacente e vedremo se, più specificamente, almeno ci si dia la possibilità di mettere in luce gli elementi della insoddisfazione. Sarebbe già qualcosa.
Del resto, scrivere e parlare del transfert è quanto di più difficile ma anche quanto di più quotidiano ci possa essere per uno psicoanalista. Del transfert, infatti, sembra proprio che non riusciamo a fare a meno di parlare, tant'è che, se si consulta la bibliografia o anche l'immancabile rassegna su Google, si trovano milioni di pagine (11.800.000 al 6 gennaio 2006 alla voce «transfert» ma saltando Uebertragung o transference etc.). Eppure moltissime di queste pagine sono dedicate, oltre che alle cose più stravaganti, anche alla difficoltà di affrontare e