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Vorrei che qualcuno sapesse strapparmi le penne non mie, ma con chiarezza di giudizio e per la sola distinzione della forza e della bellezza dei ragionamenti. Poiché io, che per mancanza di memoria mi trovo in ogni momento nell'impossibilità di distinguerli secondo la loro origine, so vedere benissimo, misurando le mie forze,
che il mio terreno non è in alcun modo capace di produrre certi fiori troppo splendidi che vi trovo disseminati, e che tutti i frutti del mio orto non potrebbero controbilanciare.
(M. de Montaigne)
Uno dei piaceri dell'esplorazione bibliografica non informatica è il rinvenimento casuale. Sfogliamo un'annata di una rivista, scorriamo l'indice di un libro e nella indefinitezza di questo processo di ricerca, in un certo senso molto arcaico, ma che io sento come molto psicoanalitico, ci si imbatte nel rinvenimento non voluto, non cercato, ma più prezioso talvolta di ciò che cercavamo.
Sfoglio un vecchio numero della Rivista Argentina di Psicoanalisi e leggo: «Risulta difficile definire un concetto che lì per lì sembra tutto (de pronto es todo) e dopo è soltanto un'ombra che sparisce quando crediamo di averla afferrata».
Che cosa è il transfert? A questa domanda fondamentale si collegano altri interrogativi. Che cosa si trasferisce? Si trasferiscono impulsi, desideri, sentimenti, rappresentazioni, storie? E poi qual'è il valore terapeutico del transfert?
Che cosa è il transfert? Domanda difficile. Di fatto per molti autori il transfert ha acquistato un significato molto particolare, a volte più ristretto a volte più ampio, come per designare tutti i fenomeni che definiscono la relazione tra l'analista