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Quando mi è stato proposto di presentare una relazione sul concetto di «Transfert oggi», sono andato a cercare subito cosa ci fosse sotto questa voce nella credenza della mia cucina analitica preoccupato di trovarvi sicuramente tanta, troppa roba.
Devo confessare con stupore e con un certo imbarazzo che ci ho trovato molto, molto poco. Con meraviglia e un pizzico di vergogna ho visto che non faceva parte della attrezzatura posta sullo scaffale dove tengo gli utensili di uso quotidiano. Si trattava proprio di uno strumento, dovevo pur convenirne, di cui mi sembrava di non servirmi, almeno non più di tanto: forse come accade per l'aria di cui ci si accorge per la sua mancanza, inquinamento o tossicità.
Cercando bene, in fondo allo scaffale, dove stanno a riposare gli utensili-riferimento, di uso implicito, ho trovato che davo per scontato che esso fosse il motore, o almeno il carburante dell'analisi, e che veicolava tutto ciò che sarebbe stato trasformato e riscritto, ma era talmente implicito da non servirmi, o almeno da darmi l'idea che non me ne servissi in modo consapevole o quasi.
Era evidente poi che ce ne erano tracce in certi cassetti dove tengo delle ricette pre-cotte per i momenti difficili e lì ho trovato la parola ma con un aggettivo: transfert negativo, transfert psicotico, transfert erotico, e così di seguito ma più con il gusto di etichettature con cui raffreddare e pacificare momenti complessi con pazienti a volte difficili.