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Io mento
Epimenide
Nulla può alludere alle vicende storiche salienti della teoria del transfert meglio del famoso enunciato che, per bocca di un filosofo greco, affermò migliaia di anni fa la propria falsità, immettendo per la prima volta nella storia del pensiero umano la sconcertante evidenza di una verità che è tale solo a patto di essere falsa e, viceversa, di una falsità che è tale solo a patto di essere vera. Analogamente al paradosso di Epimenide, anche quello del transfert è stato motore di rigogliosi sviluppi teorici, che in questo caso però, diversamente dagli sviluppi del paradosso di Epimenide, hanno finito a volte per occultare, del transfert, proprio l'incendiaria natura auto-contraddittoria delle origini, imboccando direzioni più o meno divergenti da quelle a suo tempo battute da un pensiero freudiano che al mantenimento di quel paradosso restava invece saldamente legato, come Ulisse all'albero di maestra (per sentire fino in fondo le sirene del transfert senza colare a picco). Ma se e quando i paradossi si lasciano occultare, è solo per riprendere prima o poi prepotentemente quel centro della scena che gli era stato indebitamente sottratto, e per calcarlo di nuovo in compagnia di tutte le loro conseguenze (in virtù di logica anch'esse necessariamente paradossali), valgano a dimostrarlo i seguenti tre passi estratti da recente letteratura. Il primo ascrive a un reticente Freud, impegnato nella stesura di Dinamica del transfert (Freud, 1912)