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Questa nota si configura come un tentativo di ragguagliare i lettori della Rivista su quelle che sono state le vicende del transfert in una fascia temporale che abbraccia gli ultimi cinque anni, quindi come un sia pur limitato vademecum da poter leggere in preparazione del prossimo congresso nazionale sull'argomento.
Durante la consultazione di un gruppo di riviste che abitualmente recensiamo (Japa, Contemporary Psychoanalysis) sono rimasta colpita da quanto andava emergendo, ed in questo probabilmente ha influito la lettura pluriennale in sequenza.
Cerco di spiegare il perché: che, a suo modo, è molto semplice. Anche se la parola transfert non compare che raramente, anzi quasi mai, nei titoli di queste riviste, l'attività psicoanalitica, il «lavoro tra due» in quell'area che Freud denominava Zwischenreich (regno di mezzo) è sorprendentemente profonda, significativa, piena di spunti originali, quindi creativa: work in progress, insomma.
Mi riferisco in primis alle recensioni di Manuela Fraire e Amedeo Falci, che mi hanno fatto particolarmente pensare perché, da dubitabonda intersoggettivista quale io sono, mi hanno aperto alcune aree di riflessione ed arricchito ulteriormente il concetto di transfert che siamo abituati a frequentare e in cui si presuppone che l'astinenza dell'analista nel corso della cura, con l'uso delle interpretazioni che dovrebbero essere somministrate con un timing azzeccato, faccia emergere nel contesto del transfert del paziente fantasmi, fantasie e quant'altro che permettono il procedere dell'analisi. Sempre presupponendo che la diade transfert-controtransfert funzioni armoniosamente, cioè che l'analista usi il suo controtransfert in modo corretto, che vuol dire, cioè, non esplicitato. Ne deriva che,