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Tra i titoli che compongono le ultime cinque annate del JAPA la parola transfert compare così raramente da far pensare, a chi semplicemente consulti gli indici della rivista, che il tema sia ormai in disuso. Eppure, come lettrice pluriennale della rivista americana so che il tema del transfert attraversa le teorizzazioni dalle più recenti - che vanno sotto la denominazione di intersoggettivismo - alle più «classiche» legate alla Ego psychology.
Wallerstein parla di una grande crepa che si apre agli inizi degli anni '70 nel «monolite» dell'Ego psychology ad opera di quello stesso Rapaport che insieme a Gill, Shafer ed altri ne era stato un convinto sostenitore. Il colpo di grazia lo danno Mitchell e Greenberg con il loro Object Relations in Psychoanalytic Theory che solleva un putiferio di interventi a favore, che scuote le fondamenta dell'Ego psychology.
Ma la via era stata già tracciata dalla psicologia del Sé di Kohut che sostituì ai paradigmi dell'Ego psychology, costruiti sulla teoria del conflitto e sulla sua risoluzione, quelli del deficit e di una sua possibile riparazione. Il soggetto della cura descritto da Kohut è un «uomo tragico, portatore di un io disintegrato» dalle pressioni frammentanti subite che ha bisogno di un ascolto empatico e di una partecipazione attiva da parte dell'analista.
Il controtransfert - a differenza dalla Ego-psychology - diviene così un ingrediente essenziale del processo analitico oltre ad essere l'osservatorio deputato a cogliere il transfert nei suoi bordi e confini. «Il mondo interno del paziente può essere compreso solo attraverso l'impatto che esso ha sull'equilibrio mentale dell'analista» (Wallerstein).