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Segnaliamo tutto il numero 2 del 2000 della Revue Française, dedicato al transfert negativo, in cui troveremo dunque numerosi spunti significativi. Claude Janin propone un'interessante riflessione sull'«attrattore negativo» nel saggio Dal transfert negativo al transfert del negativo: l'attrattore negativo, che viene postulato come correlato al trauma ed opposto all'«attrattore edipico». Il transfert negativo non andrebbe allora solo contrapposto al transfert positivo, che può comunque anche esso avere effetti negativi quando, troppo sessualizzato, porta a delle impasse della cura. Ma viene anche distinto in due tipi: l'uno che designa le valenze, ostili od aggressive, dei sentimenti e degli affetti, rappresentabili o rimuovibili, come avviene nelle nevrosi classiche. L'altro, propriamente un transfert del negativo, implica una distruttività ed una negativizzazione dei processi di pensiero che possono essere rintracciabili solo indirettamente, attraverso le costruzioni dell'analista, come effetto di quell'«attrattore negativo» che renderebbe così conto di quei fenomeni che rendono difficile l'interpretazione.
Paul Denis, ne Il transfert monovalente ritiene che, al di là dell'ostilità apparente del paziente che caratterizza la reazione terapeutica negativa, il transfert negativo si manifesti piuttosto come un arresto del processo analitico che fissa la cura in una sorta di «movimento immobile». «Per essere evolutivo il transfert deve essere ambivalente: il transfert nevrotico conserva la sua coerenza proprio nella sua ambivalenza» (439), viceversa «il transfert negativo è innanzitutto un transfert “monovalente”, sia in un senso che nell'altro, o “troppo” ostile o “troppo” erotico» (439).