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Ci si chiede cosa sia per il profano il «transfert» e ci si riferisce al fatto che il paziente riviva ed appoggi sull'analista le emozioni che sono transitate nel legame con i propri genitori. Ma questa idea nasconde l'elemento di «follia» che esiste in analisi a proposito dell'elemento transferale, così come, nella teoria, esso compare con una sua irriducibilità, ubiquitarietà, estraneità.
Nel 1950 Paula Heimann avanza l'ipotesi che la risposta affettiva da parte dell'analista nei confronti del paziente è un importante strumento di ricerca riguardo l'analisi dell'inconscio: ciò si riferirebbe al contro-transfert.
Melanie Klein frena la generalizzazione fatta nel riferire la risposta affettiva dell'analista nella stanza di analisi comunque all'effetto del transfert, anche se ciò genera la delicata questione di come poter stabilire cosa, di ciò che accade nell'analista, sia ascrivibile ad esso e cosa no.
A questo non era affatto estranea la relazione esistente fin dalle origini tra transfert e seduzione. Tra le «Scuole» francese ed inglese negli anni '50-'60, c'è stata assonanza nell'accordare al transfert lo statuto dell'essere conditio-sine-qua-non del saper analitico pur essendo chiaro che esso non fosse invenzione della psicoanalisi e si presentasse spontaneamente in tutte le relazioni umane. Portato alla luce in quanto fenomeno, esso ha avviato un processo per il quale la psicoanalisi può rivendicare un «paradigma» del sapere a parte rispetto alla sfera della scienza.
Il transfert evince una verità che decostruisce le categorie del sapere, non è afferrabile nell'argomentazione, costringe la logica, la ragione «è senza problema nei paradossi ed esige per la sua verità un empirismo di una categoria differente» (Ludin J., Dialogue sur la nature du transfert, in penser / rêver, , 253). Ludin si pone il problema di come la «teoria» non sia necessariamente