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Avere la possibilità di riflettere, a distanza di un anno, sul tema dell'incontro di Buenos Aires «Transfert-Controtransfert oggi», e sui contributi dei diversi relatori argentini ed italiani, è per me l'occasione di riprendere un tema appassionante che ha avuto un suo sviluppo nel tempo e che ha una ricaduta oggi sulla teoria della tecnica, e quindi sulle modalità di intervento e di interpretazione di noi analisti.
Ciò mi consente, grazie appunto al contributo dei colleghi intervenuti, di sviluppare su questi fenomeni delle idee che ritengo in parte originali; e quindi di allargare il dibattito sul tema e su diversi interrogativi che esso ancora pone.
Non farò quindi una «cronaca» od un riassunto dei vari interventi, ma cercherò, mettendo l'accento sul transfert, di mostrare come si possa sviluppare a partire dagli stessi un discorso coerente che si può porre come ipotesi di lettura teorica globale, e conseguentemente come ipotesi di lavoro clinico da verificare «sul campo».
Entrando nel merito, sottolineerò alcune questioni che mi sembrano fondamentali.
Intanto, è vero che il concetto di transfert ha assunto un'estensione molto ampia, tanto da abbracciare tutti i fenomeni inerenti alla relazione analista-analizzato.
All'interno della relazione analitica abbiamo a che fare, relativamente al transfert il cui denominatore comune è la «ripetizione», con processi e situazioni differenti che sono stati via via definiti come «normale accadimento della vita umana», «nevrosi di transfert» e altro.