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La rilettura di un testo impegnativo come L'Io e l'Es può imboccare molteplici direzioni: essere piegato alle idiosincrasie del lettore che vi cerca il fondamento delle proprie opzioni teoriche o è intento a rilevare le insufficienze che possono essere colmate dall'evoluzione del pensiero psicoanalitico.
È indubbio che la densità argomentativa di questo scritto si presti a una pluralità di punti di vista; ciò può attenuare lo sconcerto nel prendere atto di come, proprio a partire da esso, si siano delineate o consolidate concezioni profondamente diverse a seconda che si ponga l'accento sull'Io come «quella parte dell'apparato mentale in cui ha luogo l'integrazione» (Britton, 2003), sulle sue funzioni adattive e di rapporto autonomo con la realtà (Hartmann, 1939) o all'opposto sulla radicalizzazione di quella rivoluzione copernicana connessa allo spiazzamento di un «Io che non è padrone in casa propria» (Freud, 1915, 259).
Nel percepire il rischio di letture eccessivamente mirate ripiegherò su un intento improntato ad una duplice esigenza: ricostruire in modo essenziale il significato di questo testo nel percorso freudiano, un tributo al suo valore storico, per poi fornire, con la indicazione di una traccia e di alcuni dei sentieri che essa ha dischiuso, un esempio delle potenzialità euristiche presenti nel testo.
Di questi farò solo una breve e selettiva menzione, piccolo saggio dimostrativo di come da una tra le molte intuizioni freudiane si sia originata una varietà di percorsi di notevole attualità teorico-clinica.