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In questo articolo presenterò alcuni momenti della psicoanalisi di un paziente psicotico e bulimico, che ha portato ad una integrazione tra il corpo e la mente avviando una prima forma di autocoscienza. Lo studio di questo caso mi appare in linea con quanto ho riscontrato più in generale nel corso della mia esperienza clinica, che mi fa attribuire particolare valore all'interazione tra l'ambito sensoriale e l'astrazione, come area dove si determina la strutturazione del difetto di pensiero del cosiddetto paziente difficile. In un precedente lavoro (Lombardi, 2000), la cui conoscenza sicuramente faciliterà il lettore del presente scritto, avevo centrato la mia attenzione, in chiave eminentemente teorica, su un vertice osservativo centrato intorno al corpo in quanto oggetto per la psiche, facendo perno su un avvicinamento delle ipotesi di Ignatio Matte Blanco con quelle di Armando B. Ferrari: entrambi questi autori hanno, a mio avviso, tradotto nelle loro teorizzazioni elementi della prassi psicoanalitica attuale con casi gravi, proponendo una originale rielaborazione di alcune centrali formulazioni freudiane. Se infatti l'opera di Matte Blanco (1975; 1988) valorizza le caratteristiche del sistema inconscio, come si evincono dal sesto capitolo de L'Interpretazione dei sogni (Freud, 1899) e da L'inconscio (1915b), collocandole non più nella dimensione «altra» del rapporto con il rimosso, ma nel contesto attuale dell'emozione per come emerge nel qui ed ora della seduta analitica, Ferrari (1992; 1994; Ferrari e Stella, 1998) sviluppa le sue ipotesi sulla relazione corpo-mente