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Dobbiamo essere grati, per questo Ubi Maior, a Roberto Speziale-Bagliacca. Chi conosce i suoi libri precedenti, in particolare Colpa e Freud messo a fuoco, coglie qui l'evoluzione di temi a lui cari. Chi incontra per la prima volta il suo pensiero urta in modo diretto con problemi che stanno nel cuore della nostra disciplina. Può consentire o dissentire, ma è costretto a un esercizio salutare per diverse ragioni.
La prima è che l'atteggiamento di Speziale-Bagliacca verso la psicoanalisi è laico e critico. Con franchezza e sollecita apertamente emozioni. Non è poco. In tempi di crisi della psicoanalisi, nel suo argomentare non c'è nulla di agiografico, al contrario sembra aver preso sul serio la battuta di Karl Kraus «la psicoanalisi è essa stessa la malattia che intende curare». Ritiene, certo, che la psicoanalisi sia un formidabile strumento di consapevolezza e di cura, ma anche che alcune sue forme rischiano di alimentare le scissioni, tradendo le finalità originarie e occultando verità personali e culturali.
Diverse sono le premesse storiche di questo rischio: i meccanismi di affiliazione attraverso cui la psicoanalisi si è organizzata, la propensione settaria che l'ha a lungo caratterizzata, la cultura dell'auctoritas (l'ubi maior) entro cui è cresciuta, i meccanismi di idealizzazione e la dipendenza che sollecita, il clima un po' messianico entro cui si è costituita; ma anche la tendenza di molti analisti ad avere una immagine tanto inverificabile quanto grandiosa di sé e del proprio lavoro; non ultimo, gli scotomi personali dei fondatori che sovente traevano illuminazioni incomplete proprio dal loro disagio non elaborato.
Gli psicoanalisti curano, ma talvolta anche danneggiano i loro pazienti; possono aiutarli a ritrovare le vicende di parti «minori» del Sé per integrarle, ma possono anche contribuire a tacitarle definitivamente.