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Facevo il quarto anno di Medicina, ero indietro con gli esami, ma ero molto soddisfatta perché avevo risolto il conflitto mente-corpo. Mi fregiavo del titolo di «allieva interna dell'Istituto di Psicologia»: un magnifico ambiente, una stanza tutta per me con tante «macchinette» dove facevo le mie «ricerche» di psicofisiologia. Stavo lì rintanata quasi tutto il giorno perché il vecchio Ponzo non «voleva donne in giro per i corridoi». Ero l'unica donna. Poi c'era anche un prete che studiava il comportamento sessuale dei piccioni ma era molto interessato anche al mio. Certo l'ambiente era un po' bizzarro ma non più di tanto.
Un bel giorno, venuto non si sa da dove e non si sa perché, compare Sergio Bordi con la sua aria ispirata di quello che sa tutto. Non viene accolto dai colleghi con cordialità. Anch'io non gli faccio festa ma, va detto a mio onore, non impiego molto tempo a rendermi conto che veramente sa tutto o quasi tutto. Non avrà una sua stanza ma rimarrà parcheggiato nell'immensa biblioteca. Non ricordo per quanto tempo: forse mesi, forse un anno o forse più. Parlavamo poco, ma io feci fin da allora il proposito (eravamo nel 1950, oltre mezzo secolo fa), che ho mantenuto sempre, di non mancare mai di leggere quello che avrebbe scritto e di ascoltare tutte le sue conferenze. Io ho la teoria un po' in uggia e uno così poteva insegnarmi molto. E così è successo.
Poi se ne and` così come era venuto. Dopo essersi ingoiato la biblioteca. Non ne seppi più nulla per molti anni, forse dieci, forse di più. Diventai psicoanalista e lui pure.
Lui a via Salaria, io a Lungotevere delle Navi: rampolli dei più acerrimi nemici che si possano immaginare.
Delle nostre storie parallele ricordo qualche episodio. Al Congresso di Venezia scoppia una diatriba, non ricordo perché, forse per l'elezione del presidente. Io me ne sto in disparte, non per timidezza, ma perché la faccenda non mi interessa. Bordi viene da me e mi dice «Tu che hai buon senso, vieni a darmi una mano».
Anni dopo pa