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Antonino Ferro ha presentato un lavoro molto personale; anzi, ha preferito presentare se stesso al lavoro, per farci vedere come e quanto secondo lui la dimensione del transfert attraversi la scena analitica. Mi soffermo innanzitutto su questo fatto perché mi sembra essenziale distinguere, nel testo di Ferro, i diversi livelli che lo compongono, per poterli discutere con agio.
Il primo livello da osservare è appunto quello della tecnica argomentativa utilizzata: presentare se stesso al lavoro significa porre il lettore o l'ascoltatore in una situazione particolare. Da un lato infatti è spontaneo — e tanto più per un ascoltatore analista — provare un sentimento di simpatia, dall'altro anteporre la persona ai concetti rende più difficile l'esame di questi ultimi. Beninteso, so che Nino Ferro è per così dire ferrato e dunque questa annotazione sul primo livello del suo discorso valga solo per sottolineare quanto la mia lettura si rivolga ai concetti utilizzati e a come venga man mano disegnato un profilo particolare del transfert.
Del resto, è evidente a tutti che la situazione analitica è esperita solo dall'analista e dal suo analizzando e che tutto il resto, dalla descrizione più superficiale a quella più accurata fino alla teorizzazione più astratta, riguarda non direttamente l'esperienza in sé ma gli strumenti intellettuali ed emotivi che usiamo per stabilire e comunicare dei legami significativi tra l'esperienza e il pensiero logico cosciente. Ed è altrettanto evidente che la comunicazione agli altri, anche ai colleghi più intimi, è sempre la comunicazione di un pensiero su questo tentativo di