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In un articolo del 1998 — un articolo che è frutto della mia ventennale esperienza di insegnamento di Freud a studenti universitari, ad allievi psicoterapeuti infantili (1) e a candidati in training della Società Psicoanalitica Italiana — ho presentato il caso del Piccolo Hans (Freud, 1909) come un punto di svolta negli anni di fondazione della psicoanalisi. Punto di svolta non tanto in quanto esemplificazione clinica delle ipotesi teoriche appena formulate da Freud (intendo quelle concernenti la teoria della sessualità da lui esposta e pubblicata nei Tre saggi sulla teoria sessuale del 1905), ma sul versante del suo atteggiamento psichico di terapeuta nei confronti dei pazienti. Ho in pratica argomentato, studiando Freud nel suo cammino iniziale di psicoanalista, come nel trattamento del caso del piccolo Hans egli si sia posto in una condizione di ascolto ben diversa da quella da lui attuata in precedenza (con Dora, per esempio, su cui più avanti benché concisamente ritornerò), dimostrando doti immedesimative e di separatezza rispetto ai «diritti» e alle «ragioni» dei pazienti prima non ancora a sufficienza allenate nel suo modo di fare l'analisi (Freud, 1909).
Come è noto, di questo trattamento Freud non è più direttamente l'analista ma il supervisore, ed è proprio grazie a questo ampliamento (e approfondimento) di ruolo che gli è possibile, mentre lavora, prendere una distanza più equilibrata e consona di fronte agli eventi della cura. Può ossia — è questa l'ipotesi sottesa da