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Un lavoro tormentato, come sappiamo. Iniziato a ridosso dell'interruzione del trattamento della giovane paziente chiamata Dora, quasi per una fretta di curare l'insulto e la ferita che tale interruzione aveva provocato; concluso in meno di un mese e annunciato all'amico Fliess come il lavoro più sottile che egli avesse scritto e quello che avrebbe ancora più degli altri allontanato il pubblico; consegnato all'Editor di una rivista di neurologia e psichiatria con il titolo «Sogni e isteria» e subito accettato, esso subì una serie imprecisata di nuovi invii e successivi rinvii (previa ovvia richiesta di restituzione del manoscritto), fino alla pubblicazione finale con l'editore che per primo lo aveva accettato, ma con un nuovo titolo, decisamente meno ambizioso ed essendo trascorsi quattro anni dalla fine del trattamento. A che cosa attribuire una così travagliato percorso? Forse insieme al piacere di «orrificare» il suo pubblico, anche un oscuro, paralizzante timore? Forse un bisogno quasi compulsivo di tornare su quel fallimento alla ricerca di quel «di più» di conoscenza, che avrebbe potuto spiegarlo? Forse la percezione del carattere inevitabilmente incompleto di quell'esperienza e delle acquisizioni teoriche conseguite? Di questi timori, il testo definitivo reca visibili tracce, a cominciare dal titolo Frammento di una analisi di isteria che del carattere incompleto dell'esposizione è anticipata dichiarazione.
Incompleto per molte ragioni, come Freud spiega lungo tutto il testo. A causa dell'interruzione prematura del trattamento, anzitutto, che ha permesso di affrontare solo certi aspetti della malattia e non altri. Freud riconosce, per altro, che anche una analisi finita non può che essere incompleta, un limite di cui tornerà a parlare a parabola della vita quasi conclusa, per invitare ad accettarlo come inevitabile,