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L'aspetto più affascinante del pensiero di Freud è stato per me, fin dai primi momenti in cui mi sono accostata al suo pensiero, la sua capacità di andare sempre avanti, mai preoccupandosi di come e quanto le nuove esperienze e in particolare le esperienze cliniche gli richiedessero di sviluppare e di cambiare la teoria. Mi ricordo con enorme piacere e commozione che quando, con il consenso e l'aiuto di Guido Calogero, il grande filosofo con cui ho studiato e lavorato per tanti anni, ho tenuto presso la cattedra di Filosofia teoretica dei seminari sul pensiero di Freud, era veramente emozionante poter seguire e scoprire attraverso i suoi testi il continuo evolvere del suo pensiero. Erano testi vivi, continuamente in fieri, del tutto in sintonia e in piena aderenza con l'esperienza viva che Freud faceva nella stanza d'analisi con i suoi pazienti. Con i miei studenti eravamo commossi ed estasiati da questo nuovo modo di usare la mente in un contatto continuo con la concretezza e l'emozionalità.
Ed è, d'altra parte, su questo punto che Freud è stato sempre critico nei riguardi del pensiero filosofico, avvertendo nella filosofia una tendenza alla totalità e all'assolutezza. Scrive Freud: «La filosofia non è antitetica alla scienza», ma tiene ferma «l'illusione che sia possibile fornire un'immagine del mondo coerente e priva di lacune, la quale è peraltro destinata a infrangersi ad ogni nuovo progresso del nostro sapere» (Freud, 1932, 264). Un'immagine coerente e priva di lacune che non lascia posto a qualcosa di inconoscibile e nascosto come