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Testo che non cessa di stupirci per la sua inesauribile capacità di suscitare domande, L'Uomo Mosè e la religione monoteistica è una sorta di testamento spirituale di Freud. Che indica nell'interrogazione «sul fondamento dell'identità inalterabile del popolo ebraico» (Bertani e Ranchetti, XIII), vale a dire in uno scavo ardito e doloroso all'interno della propria identità, e non all'esterno di sé (e del proprio gruppo di appartenenza), la linea di resistenza per salvaguardare il senso e lo spirito della psicoanalisi.
Con L'Uomo Mosè Freud ci ha indicato l'originalità e la validità del modo di pensare psicoanalitico mostrandoci «una riedizione dell'antica lotta per l'interiorità, per portare nell'interiorità ciò che è dell'esternalità, caratteristica che compare nel pensiero ebraico e che permette a Harold Bloom in Rovinare le sacre verità di rintracciare in Geremia, con il suo “fuoco ardente verso l'esterno” lo stesso spirito di quella concettualizzazione di Freud» (Egidi Morpurgo, 1993, 427).
Il discorso freudiano sulla società e la civiltà (Kultur) (1) come è noto, si era costituito a partire da Totem e tabù (1912-13) Successivamente il tema era stato sviluppato soprattutto in alcuni grandi testi della maturità: Psicologia delle masse e analisi dell'Io,