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Mario Princivalle non è stato come uno di noi, uno, uno psicoanalista e basta. Guardato in controluce, appariva un artista, e appena appena sullo sfondo un navigatore. Suo padre era stato ufficiale della marina militare; lui stesso amico e cliente di artisti. Pittore, orafo, incisore. Non era certo un pittore della domenica, ma della sua vena, per non dire ispirazione. Poteva essere visto un po' come una scultura, che presenta all'osservatore più di un lato, anche se è di solito quello frontale che viene considerato.
Aveva cominciato come microbiologo all'Istituto Superiore di Sanità. Il quale, potremmo dire, rimase in certo senso dentro di lui: come sanità psichica da attingere, cui elevarsi, come sanità dello spirito da poter godere: attraverso il suo lavoro di psicoanalista e di artista. La sanità psichica e dello spirito non è certo meno importante di quella microbiologica. La sua attività, la sua opera multiforme può ricordare un po' quella dell'uomo rinascimentale, aperto a molteplici esperienze: con la microbiologia come moderna forma di alchimia. Pare che la moglie, spagnola, in tempi normali si riferisse talora a lui come «el diablo», non tanto, credo, per una superiore astuzia, quanto semmai per una superiore abilità. Solo «el diablo» poteva mettere la propria vita nella psicoanalisi, identificarla con la psicoanalisi.
Meltzer, con altri, riteneva che la psicoanalisi è insieme arte e scienza: profonda e minuziosa osservazione, elaborata e modulata come pittura o come musica. Mario Princivalle aveva scritto relativamente poco di psicoanalisi, non tenendo conto di quanto aveva scritto con il pennello e con il bulino.