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«Non è esagerato dire che la razza umana deve la propria salvezza a quella schiera piccola di dotati bugiardi disposti, anche di fronte a fatti incontrovertibili, a conservare la verità delle loro falsità. Persino la morte fu negata» (Bion, 1970, 138). Così scrive Bion per ricordarci che siamo circondati da dotati bugiardi che ci rendono difficile cogliere le trasformazioni a cui la psiche va incontro nell'affrontare gli eventi più complessi della vita come la vecchiaia, tempo nel quale, più che nei precedenti, è presente nei nostri pensieri il problema della morte. Ma per prima cosa è da tener conto che la morte appartiene in realtà a tutte le età della vita, essa è nella dialettica della vita stessa ed allora sulla «bugia» credo si debba subito porre il dubbio che essa serva agli uomini per mantenere la negazione di un altro problema. È la domanda sul significato della propria esistenza, che in virtù di uno spostamento diventa paura della morte, a pervadere l'universo del vecchio dopo essersi con forza presentata in adolescenza e poi più facilmente dimenticata nelle altre età della vita. Non è la morte ciò che l'uomo vuol dimenticare, bensì il dubbio di non essere riuscito a darsi o a portare a termine un compito nel quale trovare il senso della propria vita; è questo dubbio che rende la vecchiaia e la morte stessa insopportabile.
Certo la cultura del narcisismo nella quale oggi siamo immersi aiuta la dinamica del fraintendimento imponendoci di guardare non ciò che siamo ma ciò che appariamo, l'avere più che l'essere, quindi anche di fronte alla vecchiaia impone di negarla piuttosto che comprenderla. Non può essere così per la psicoanalisi, il suo statuto, come quello di ogni disciplina scientifica, ha come scopo la verità,