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Con l'attenzione rivolta ad un difficile caso clinico mi sono trovato a riflettere su alcuni snodi teorici concernenti da una parte la melanconia e dall'altra la «questione psicosomatica». Il crocevia teorico-clinico, che ha acceso la mia curiosità, si è articolato intorno alle dinamiche di un giovane paziente in analisi. Mi sono trovato ad interrogarmi su un possibile snodo che potrebbe mettere in relazione la patologia melanconica con un aspetto che coinvolge la congiunzione psicosomatica.
La questione psicosomatica, per come la intendo in questo lavoro, viene rivisitata alla luce di quanto alcuni autori, seppure partendo da punti di vista tra loro diversi, affermano (Assoun, 1997; McDougall, 2002). Io stesso, nell'ambito di un gruppo di studio, che s'interroga sulla materia, ho dovuto constatare più volte che, nel corso degli anni, a proposito dei casi clinici che a turno presentavamo, le questioni sollevate vertevano sempre più su un inatteso sviluppo che il nostro lavoro andava prendendo. Partendo da una posizione che sembrava inizialmente a tutti ovvia e che potrei definire come la teoria psicosomatica «classica» (quella che vede alcune malattie organiche come espressione, più o meno diretta, di un disagio psichico profondo), alcuni di noi si sono sempre più allontanati e rivolti diversamente alle vicissitudini del corpo in analisi. Da allora la visione della psicosomatica classica ha cominciato a perdere, ai miei occhi, l'interesse che aveva e ho sentito di dover rivedere, dentro di me, il concetto stesso di psicosomatica, articolandolo con quello della posizione del corpo nella teoria psicoanalitica.
Mi è sembrato sempre più chiaro che non si sarebbe potuto limitare il discorso al modello psicosomatico di Groddeck (1923), seppure bisogna sicuramente