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In un toccante e documentato lavoro del 1989, Lynn Gamwell, Direttrice dell'University Art Museum di New York, si occupò della notevole collezione di arte antica di Freud. Ella notò che Freud cominciò a circondarsi di oggetti antichi di gran pregio (in prevalenza piccole sculture) dopo la morte del padre, negli anni novanta, che furono anche quelli del suo massimo isolamento scientifico e professionale.
Freud si creò, in quel periodo «un uditorio attento di oggetti, fra cui uno scriba egiziano, una dea greca della saggezza, ed un saggio cinese. […] Queste centinaia di figure umane ed animali si volgevano tutte verso di lui come un grande uditorio. […] Scrisse migliaia di pagine guardando Imhotepe, l'architetto egiziano che, nell'antichità, era venerato come guaritore. […] Diversi resoconti riportano che Freud trattava queste figure come suoi compagni».
Ma queste presenze non erano solo un surrogato dei colleghi che, all'epoca, egli ancora non aveva: anche dopo il successo della psicoanalisi, i continui conflitti teorici e gruppali lo amareggiarono profondamente. Oppresso da queste diatribe, il fondatore della psicoanalisi tornava sempre alla sua scrivania e al suo uditorio fidato e sicuro, che rappresentava per lui la saggezza dei secoli».
Un mondo costitutivo di oggetti esterni/interni, quindi, fonte al contempo di conforto e di ispirazione in un'area illusionale intermedia potenzialmente creativa.