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Desidero innanzitutto ringraziare gli organizzatori per avermi concesso l'onore ed il privilegio di partecipare alla giornata conclusiva di un convegno che ha luogo in occasione di un anniversario importante per la vostra disciplina e la vostra società e, più in generale, per tutti coloro che sono interessati a chiarire aspetti importanti della natura umana.
Come titolava Newsweek agli inizi di quest'anno, Freud non è morto e sicuramente non è morta la ricerca delle origini e del modo di declinarsi della natura umana. Una natura che ha un aspetto paradossale, l'essere da un lato strettamente legata ad un percorso evolutivo di continuità, marcando contemporaneamente un'incommensurabile e radicale unicità. Un' unicità che possiamo vedere sotto molto punti di vista, ad esempio secondo la prospettiva dell'antropologia filosofica di Plessner (1926), che definisce la peculiarità della condizione umana nella sua posizione di eccentricità. Cioè la possibilità che, unici tra le specie viventi, abbiamo di rapportarci a noi stessi da una prospettiva «da dietro le spalle», come dice Plessner.
Vorrei partire da alcuni risultati della ricerca neuroscientifica che il nostro e altri gruppi hanno condotto negli ultimi quindici anni. Credo che possano offrire spunti interessanti sulla nostra comprensione dei meccanismi che sottendono le relazioni interpersonali, e quindi anche per una riflessione in ambito psicoanalitico.