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Benché fossi arrivato ieri con la mia brava «scaletta», molto lusingato da questo vostro invito, posso dire di aver ancora esitato fino a stamattina sui modi migliori per impiegare tutta la mezz'ora di cui dispongo. L'opzione mi si è confermata la seguente: farvi qualche confidenza — sembra un paradosso di fronte a un uditorio così numeroso, ma è un uditorio di analisti — su quello che è stato il mio percorso intellettuale. Per poi terminare su un problema nel quale mi sembra che il percorso sia sboccato, e che attualmente resta per me un problema del tutto aperto.
L'inizio della mia attività negli studi letterari come specialista di letteratura francese fu nel 1959, avevo venticinque anni. L'inizio della mia analisi, nel 1961: le due cose furono dunque quasi contemporanee. Il mio analista era il professor Giovanni Hautmann (la cui presenza oggi mi emoziona come sempre), allora giovanissimo; e procedeva con l'astinenza la più rigorosa da pedagogismi e interventismi. Non direi che mi proibì, ma che trovò garbatamente modo per sconsigliarmi letture di testi psicoanalitici, spiegandomi in breve come esse avrebbero potuto fare il gioco delle mie resistenze. Così, nell'assenza quasi totale di letture