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Leggere il piccolo libro di Giana Petronio è stato per me come entrare nel bel salotto di una raffinata signora: luci soffuse, tappeti, musica discreta di sottofondo (Schubert, direi). Un luogo dell'immaginario dove si respira un clima di squisita e antica cultura mitteleuropea, dove la conversazione non è mai banale intrattenimento, né faticoso orpello accademico; bensì è un'arte sottile e privata grazie alla quale l'eleganza non sacrifica mai la profondità del discorso, né la sapiente malizia cede al voyeurismo gratuito.
L'oggetto del volume, infatti — piccolo, come ho detto, ma di alto peso specifico — sono i tratti perversi che si intravedono attraverso le opere di alcuni illustri letterati, quali Flaubert e Joyce, che misteriosamente alimentano la loro creatività a questo fuoco segreto; o che muovono sotterraneamente le gesta dei due seduttori per antonomasia, Don Giovanni e Casanova: l'uno uomo in carne e ossa, l'altro summa di personaggi fantastici.
Come ella stessa enuncia, lo stile è quello del confronto tra opere e biografia, tra realtà e immaginario in una prospettiva psicoanalitica, «non già per interpretare la prima alla luce della seconda, ma — al contrario — per illuminare la seconda attraverso un esame della produzione letteraria intesa nella più ampia accezione».
Come in ogni buon salotto che si rispetti, ci sono amici intimi, che lo frequentano abitualmente: Renzo Canestrari, che ha scritto una autorevole e lusinghiera presentazione, Fabrizio Fresnedi, che le ha dedicato una attenta post-fazione critica — «Homo infelix: l'umorismo della tenerezza» — e il collega Gino Zucchini, al quale si deve il prezioso suggerimento all'autrice di anteporre ai suoi ritratti di atipica psicoanalisi applicata un capitolo introduttivo in cui racconti ed esponga quale è la sua metodologia ed il suo intento in questo terreno scivoloso.
Da Sigmund Freud in poi, infatti, a partire dai discepoli di prima generazione, sempre gli psicoanalisti si sono lasciati tentare feliceme